Di cosa parliamo quando parliamo della Dea

La prima volta che sono stata in India, nel 2001, ho passato buona parte dei miei 6 mesi lì a Kashi, la splendente, o Varanasi, Benares. E’ difficile scrivere di Kashi, a chi non l’ha mai vista o ci è stato solo per poco. Io ho avuto la buona sorte di starci parecchio e la mia vita è stata radicalmente trasformata da quella città.

Cominciavo la mia giornata alle 4 del mattino, immergendomi nelle acque della Ganga, come fanno da sempre tutti gli abitanti e i pellegrini che la visitano e la omaggiano. Andavo poi a presenziare alla puja, il rituale, del mattino, in un piccolo tempietto dedicato alla Dea nella forma di Maishasuramardini, la Dea nella forma di Colei che distrugge il demone Maisha.

Di solito, le rare volte che lo racconto, chi mi ascolta ha (quasi) sempre la solita reazione che riguarda:

1) Il bagno in Gange : ” Bagnarti nel Gange? Con tutto quell’inquinamento-sporcizia-carcasse di animali morti- ceneri di cadaveri etc etc etc…Ma non ti faceva schifo-repulsione- ribrezzo? Ma non ti sei mai ammalata? Ma come tutti i giorni? Ma come facevi a fare una cosa così diversa da quello che avevi sempre fatto? Ma ma ma ma ma…”

2) La partecipazione a un rituale hindu: ” Dea? E di che parliamo quando parliamo di Dea ? Ma come potevi partecipare a un rituale che non apparteneva alla tua tradizione? Ma come ti guardavano ? Ma in che senso la Dea che distrugge il Demone? Ma, ma, ma…”

Esatto: MA. Ma, la Madre.

Se dovessi limitarmi a dire un’unica cosa che mi ha cambiato radicalmente dell’India è stata proprio questa: il culto della Dea, la presenza della Madre, che in India è dovunque.

Intanto la Ganga: sì perchè in Hindi il fiume sacro per eccellenza è femminile (come quasi tutti i nomi di fiumi) ed è una Dea, per cui è LA GANGA.  La prima volta che la vidi, appena arrivata a Kashi, ero stata mandata da un amico a comprare i fiammiferi e mi colse di sorpresa dietro l’angolo della strada, alla base dei ghat, le scalinate sul fiume: si stendeva nel suo letto pigra e sinuosa come una serpentessa, di tutte le sfumature della terra e del cielo. Ricordo che rimasi lì, con il cuore che mi batteva nel petto come alla vista dell’uomo amato e sorrisi, a lungo.

Dal giorno successivo cercai di scoprire come avvicinarmi a lei e capire e gustarmi appieno quel senso di appartenenza che mi aveva preso fin dalle viscere dal primo momento e mi aveva lasciato nostalgica e fremente di colmare la distanza, subito, ora. Le donne indiane mi insegnarono, senza che io parlassi la loro lingua o loro parlassero inglese, come avvicinarmi a lei, senza scarpe e con il rispetto dovuto a una Dea; come bagnarmi con i vestiti addosso, scalza sul fondo limaccioso e al buio delle prime ore del giorno; come spogliarmi e rivestirmi senza mostrare un solo centesimo di pelle agli uomini che potevano essere lì presenti; come costruire dei piccoli simboli con la sua argilla, da lasciare poi sui gradini del ghat.

Imparai tutto questo e ci aggiunsi anche il piacere di gustarmi un the caldo in una ciotolina fatta della sua stessa argilla, guardando il sole che sorgeva sul lato opposto del fiume, mentre tutto attorno si levavano canti al Dio nella forma del sole e i ritardatari ( quelli delle 6.30..) si avvicendavano alle sue rive per farsi un bagno.

Sentivo di appartenere a tutto questo da sempre. Nonostante non avessi mai fatto nulla del genere, lì sperimentai chiaramente cosa volesse dire sentirsi pienamente a Casa, nella piena e perfetta adesione alla propria più intima realtà, con una realtà così diversa e lontana, eppur così vicina e intima.

Provai la stessa sensazione di familiarità e appartenenza quando andai per la prima volta ad assistere a una puja in quel tempio della Dea. Era un budello buio che terminava con una stanza chiusa rialzata da terra, dove il sacerdote doveva stare accucciato vicino alla statua della Dea. La prima volta che ci andai era mattina presto ed era ancora buio. Non capii nulla del rituale, che comprendeva offerte di varie cose e canti, eseguiti facendo roteare un piatto con delle luci in senso orario.

Quando cominciarono a cantare rimasi senza fiato e sentii che il sangue si faceva acqua e le ossa diventavano aria. Non saprei come meglio esprimere la sensazione di essere attraversata da una spada fiammeggiante che non ti distrugge ma taglia tutto ciò che ti tiene legata. Ero lì, ero sempre stata lì, ed era bellissimo.

Da allora in poi la mia vita cambiò radicalmente. Le domande che avevo quando ero arrivata in India, che non avevano trovato risposta durante i miei anni di Filosofia, si appoggiarono su quel grande mistero che era la Dea, una dei nomi del Divino, il mio preferito.

Da allora in poi so e non sono più sola.

Da allora in poi i confini della mia vita si sono ampliati a dismisura.

Da allora in poi c’è un centro che non cambia mai, attorno a cui tutto ruota e prende senso.

Da allora in poi tutto ciò che mi accade ha un sapore altro, aggiunto.

Da allora in poi riluce un cuore luminoso in me e so che riluce ovunque.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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