Era un’estate di parecchi anni fa, quando tante cose non erano ancora successe, e tante erano già accadute.

Andò in vacanza libera e bella al Sud, per ballare come una menade scalza qualsiasi cosa avesse avuto un ritmo battente su una superficie sferica, ammirare quel poco che era rimasto della tensione erotica tra maschi che si fronteggiano come galli cedroni mimando attacchi di spade al ritmo di pizzica, mangiare come se non ci fosse un domani fave e cicoria e burrate e sentirsi tutt’uno con la luce radente della terra, l’odore del sole rosso, il respiro salmastro degli ulivi.

Fu poi il momento del ritorno, verso Nord,dove viveva e lavorava. Era lunga la strada, per cui soste e stop erano d’obbligo.

Si fermò nei dintorni di una città. Era sera e non aveva soldi per pagare un campeggio, o forse semplicemente era troppo tardi per cercarne uno. O,meglio, aveva ancora voglia di essere  libera e bella. Parcheggiò dunque in uno spiazzo, superò un catenaccio  e si inoltrò un po’ in un sentiero, finchè trovò una bella radura su una bassa collina, dove piantare la tenda.

La notte era mite e stellata: avevo un bel libro con sè- una biografia su un sant’uomo indiano scritta da quello che sarebbe poi diventato il suo Maestro- e decise di leggerlo fuori dalla tenda, dentro il sacco a pelo, alla luce di una candela.

Appoggiò la candela sulla terra e si mise a leggere.

La svegliò uno strano rumore, come di qualcosa che si sta velocemente accartocciando, e una strana sensazione di caldo sopra la testa: si alzò di scatto e si accorse che il sacco a pelo stava bruciando, così come la tenda.

La candela era caduta su degli aghi di pino che avevano preso fuoco. Fece appena in tempo a uscire dal sacco a pelo, che si ridusse a un nulla crepitante. Stava bene, ma la tenda con tutte le cose stava bruciando. Si buttò dentro per afferrare le chiavi della macchina e il libro che era volato lì per la furia. Riuscì a prenderli entrambi prima che la tenda si sciogliesse con tutto quello che c’era dentro, compreso il portafoglio.

Indietreggiò un po’ di passi: stava bene, non era bruciata nè ferita, ma le fiamme avevano cominciato a bruciare tutti gli alberi della radura dov’era. Scappò velocemente, uscii dalla radura, riprese il sentiero, superò il catenaccio e prese la macchina.

Il primo pensiero fu di scappare, via, alla massima velocità. Non c’era nessuno nei paraggi, nè case nè altro. Cominciò a piangere per la paura e il nervoso e piano piano, con le gambe che tremavano, guidava per allontanarmi. Dopo forse due chilometri passò davanti alla Caserma dei Vigili del Fuoco.

Pianse per la paura di quello che le avrebbero detto o fatto,  ma si fermò alla prima cabina telefonica e chiamò. ” UN INCENDIO, PRESTO FATE PRESTO!” “Signorina ! Si calmi e ci dica dove” ” VICINO ALLA VOSTRA CASERMA, DOVETE FARE PRESTO, DOVETE FARE UN PO’ DI STRADA, POI C’E’ UNO SPIAZZO CON UNA CATENA E DOVETE SUPERARLA E LA’ DIETRO C’E’ L’INCENDIO”.

Chiuse lì la telefonata, prese la macchina e andò verso l’incendio, per verificare che i vigili avessero capito. Si fermò dopo un po’ sulla strada, quasi di fronte allo spiazzo dove prima avevo parcheggiato, dove poteva vedere senza essere vista, o almeno così le pareva.

Arrivarono i Vigili a sirene spiegate, ma non si fermarono dove gli aveva detto.

Pianse, riprese la strada e richiamò :” AVETE SBAGLIATO! NON VI SIETE FERMATI DOVE VI AVEVO DETTO! DOVEVATE SUPERARE LA CATENELLA E INOLTRARVI NEL SENTIERO”, ” Signorina se sa così bene dov’è questo incendio e ha visto che abbiamo sbagliato, venga in caserma e ci guidi lei”.

Pianse e andò. Suonò e quando le aprirono disse che era la ragazza che aveva chiamato prima. La caricarono su una macchina e si fecero portare dove gli diceva.Parcheggiarono, superarono la catenella, si inoltrarono un po’ e si fermarono: la collina davanti a loro era completamente in fiamme. Scapparono via subito e le dissero che c’era bisogno di due mezzi, perchè con quel secco e quel vento, quella brezza sognante che l’ aveva fatta addormentare, avrebbe presto preso fuoco anche l’altra collina.

Le fecero portare la macchina in caserma e mentre le squadre si preparavano, il responsabile di quel turno, il Capitano Angelo, la fece sedere, le offrì un caffè e le chiese che cosa ci stesse facendo tutta sola in quella radura di notte e se non avesse avuto paura all’idea di dormire lì. Lei piangeva disperata, per le colline, le piante, gli animali, la terra, i pompieri che dovevano spegnere l’incendio che per la sua immensa, pazzesca, ingiustificabile stupidità aveva provocato.

Il Capitano Angelo le offrì un altro caffè, le disse che lui era soprattutto stupito del fatto che lei avesse avuto il coraggio di dormire da sola in un bosco, che i contadini bruciano i campi di anno in anno per renderli più forti, e le suggerì di andare a dormire su un divano in una stanza lì vicino. L’ avrebbero svegliato loro quando tutto sarebbe finito.

La svegliò all’alba: l’incendio era stato ormai spento, su entrambe le colline.

Le dissero di andarsene, senza tornare indietro, che quello che era fatto era fatto e che la prossima vola doveva stare più attenta al fuoco, perchè con il fuoco non si scherza, non sai mai cosa può accadere e che per favore anche la smettesse di andare a dormire da sola nei boschi di notte, perchè ci sono anche i cacciatori e di notte può succedere di sbagliare se non si vede bene ed è tutto scuro.

Lei obbedì: guidò e guidò e si fermò a casa di un’amica, pianse tanto, guidò ancora e giunse a casa.

Ne parlò con molti di quello che era accaduto, dicendo sempre, alla fine del suo racconto, che 3 erano le cose che l’avevano sconvolta: un attimo prima che la tenda si squagliasse pregò urlando di salvare le chiavi della macchina per poter scappare via e oltre a quelle riuscì a salvare anche il libro del suo Maestro; non sapeva cosa fare e mentre stava scappando si ritrovò davanti alla caserma dei vigili del fuoco; il capitano si chiamava Angelo e aveva occhi azzurri.

Quello che non diceva era la domanda che continuava, ogni tanto, a farsi, quando ripensava alla notte che bruciò: perché era successo? Non riusciva a dare una risposta che la soddisfacesse, che tenesse insieme tutti gli elementi in un quadro ragionevole e giusto allo stesso tempo. Si diceva, poi, che riuscire a capirne il perché era troppo per lei: troppi fili da tessere di cui non sapeva colore, resistenza, proprietà; come tirarne fuori qualcosa di degno?

Volle sempre ritornare a vedere le colline che erano state bruciate ma, fin’ora, che noi sappiamo, non c’è ancora andata .

 

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